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CULTURA
18 novembre 2012
LA MENTE UMANA – L’attenzione e il guardare indietro

  

Stasera ti propongo un altro aspetto dell’attenzione, la capacità della mente di mettere a fuoco un particolare stimolo, percezione o evento. Abbiamo parlato più volte dell'attenzione e da diversi punti di vista, ma molto c'è ancora da dire su questa nostra capacità in parte conscia e in parte inconscia e vale la pena farlo per l'importanza che riveste per noi stessi e per la nostra vita.

Nel post “Il flusso”, abbiamo visto come in ogni singolo istante il mondo ci inonda con un flusso continuo di stimoli sensoriali, ma la nostra mente cosciente ne percepisce solo una piccola parte, la maggior parte lo ignora, lo delega all’inconscio, perché non ha il tempo per considerare e valutare una a una tutte le informazioni che la raggiungono.

Nel post “Come funziona l’attenzione?”, abbiamo parlato dell’attenzione inconsapevole e abbiamo visto come l’attenzione è la messa a fuoco della mente su un particolare stimolo sensoriale, la temporanea importanza che la nostra mente dedica a una certa percezione.

Nel post “Metti a fuoco la vita”, abbiamo studiato la focalizzazione mentale e abbiamo visto che il focus è ciò su cui ci concentriamo, su cui focalizziamo la nostra attenzione, è ciò che determina l’esperienza della nostra vita perché determina la nostra realtà.

Nel post “Attenzione e concentrazione”, abbiamo compreso come l’attenzione incanala le risorse mentali. Più è complesso l’oggetto della nostra attenzione, più è facile che la nostra mente attivi una serie di meccanismi mentali con cui diamo priorità all’elaborazione di un determinato stimolo, arrivando a selezionare in ogni istante le informazioni sensoriali su cui lavorare e quelle da ignorare.

Nel post “Ai limiti dell’attenzione” abbiamo visto come viene distribuita l’attenzione e con quali limiti. L’attenzione può essere assegnata in modo flessibile, cioè possiamo decidere di “seguire” determinati colori, forme o movimenti e ignorare gli stimoli relativi ad altri colori, forme, eccetera. Per farlo il nostro cervello crea un’etichetta e l’assegna all’oggetto da seguire, più o meno come se lo seguissimo con le dita.

Nel post “Ai limiti dell'attenzione 2” abbiamo visto come l’attenzione è legata al luogo nello spazio su cui ci focalizziamo, cioè gestiamo meglio gli stimoli che vengono dallo stesso luogo e con difficoltà quando vengono da luoghi diversi.

Stasera parliamo invece di un aspetto dell'attenzione di cui siamo poco consapevoli: l'inibizione di ritorno.

Cos'è l'inibizione di ritorno?

E' la tendenza a non tornare a focalizzare l'attenzione su un qualcosa che si è esaminato da poco. Cioè se qualcosa ha attirato la nostra attenzione, per esempio tra la folla abbiamo notato il vestito dai colori sgargianti di una ragazza, non torneremo facilmente a guardarla una volta che ce ne saremo disinteressati. Oppure se cerchiamo qualcosa che abbiamo perduto in casa, saremo riluttanti a tornare nelle stanze che abbiamo già esaminato. In sintesi tendiamo a non guardare indietro.

Perché l'attenzione funziona in questo modo?

Il perché è legato a diversi motivi, a partire dal semplice fatto che noi e il nostro cervello preferiamo le novità, fino ad arrivare alla tendenza a sopprimere le distrazioni inutili. Prendiamo i banner di un sito web, lampeggiano, si muovono e fanno di tutto per attirare la nostra attenzione, ma una volta considerati, li cancelliamo dalla nostra percezione della pagina. Aldilà della gestione delle minacce, qualcosa che si muove velocemente o che lampeggia può essere una minaccia e deve essere considerato, noi esseri umani consideriamo positivo un evento che cattura la nostra attenzione, se si rivela utile. Se non si rivela tale, se non è quello di cui abbiamo bisogno, è più opportuno ignorarlo in futuro e concentrare le risorse dell'attenzione su altro.

Questa tendenza viene gestita dal cervello sia a livello di gestione delle immagini sia a un livello cerebrale più alto e si è sviluppata e fissata con la selezione naturale, in quanto si è rivelata e si rivela una strategia efficace nella gestione di molti aspetti della vita. Per esempio, se provi a contare un gruppo di persone in movimento, sei in grado di farlo grazie all'inibizione di ritorno, che permette di etichettare e deselezionare le persone già contate.

D'altra parte questo può rivelarsi uno svantaggio, abbiamo visto che durante una ricerca tendiamo a non tornare sui nostri passi, ma se la nostra tecnica non è efficace perché agitati o di fretta, in realtà finiremo a spendere tempo e risorse per cercare in luoghi improbabili piuttosto che verificare luoghi più probabili ma già controllati. Oppure se la nostra attenzione viene attirata da uno stimolo, per esempio luminoso, ma a questo non è correlato un evento significativo o un oggetto o una persona che a prima vista si rivelano interessanti, dopo pochi istanti tenderemo a ignorarli e a non considerarli più, perdendo per esempio l'occasione di incontrare una persona unica o di assistere a un evento spettacolare.

Quindi dobbiamo essere consapevoli dei questa nostra tendenza a non guardarci indietro, una strategia spesso efficace, ma non sempre.

Grazie dell'attenzione e a presto ;D

Qui trovi gli altri post della rubrica

CULTURA
16 giugno 2012
LA MENTE UMANA – Il cervello e il linguaggio

 

Stasera, per la rubrica “La mente umana”, torniamo a parlare del senso dell'udito.

Nei postI sette sensi1e2abbiamo definito l'udito come il senso che ci permette di percepire i suoni, cioè onde di energia generate dalla vibrazione di un corpo che si propagano attraverso l'aria. Nel postIl senso dell'udito e il senso del tempoabbiamo scoperto che se con la vista percepiamo dove sono le cose, con l'udito capiamo quando si verifica un evento. Molto interessante, non credi? Nel post “L'udito alla nascitaabbiamo visto come l'udito è il primo dei sensi che sviluppiamo nel ventre materno e le relative regioni cerebrali sono le prime a svilupparsi. Infine nel post “L'udito e lo spazio” ne abbiamo studiato i limiti spaziali: l'udito ci permette di controllare costantemente l'ambiente intorno a noi e di individuare velocemente e con relativa precisione le fonti dei suoni.

Stasera parleremo dell'udito e dell'interpretazione del linguaggio.

Che differenza c'è tra un suono e il linguaggio?

Il linguaggio non è un semplice insieme di rumori, ma uno dei vettori primari della comunicazione umana e quando il cervello classifica una serie di suoni come “linguaggio” non si comporta come se ascoltassimo il cinguettio degli uccelli o il rumore del traffico, ma attiva tutta una serie di aree di elaborazione ed utilizza una serie di artifici che hanno lo scopo di estrarre dai “suoni” tutte le informazioni possibili.

Il linguaggio è composto da enunciati, a loro volta composti di parole con significati precisi e organizzati secondo precise regole grammaticali. Grazie a tutto questo possiamo esprimere significati molto complessi e articolati. Le parole sono a loro volta scomponibili in morfemi, suoni complessi che rappresentano significati univoci o che modificano il significato di altri morfemi. Parole e morfemi sono scomponibili in fonemi, suoni elementari che in parte possono corrispondere alle lettere.

Le lettere sono 25 mentre i fonemi nella nostra lingua sono circa il doppio. Ogni lingua ha una serie propria di fonemi che possono essere molto diversi. Alcune lingue hanno un numero molto superiore di fonemi e l'uomo è fisicamente in grado di produrne più di cento. Nella realtà ognuno di noi, da bambino, impara e si sintonizza sui fonemi tipici della propria lingua madre e l'apprendimento di nuovi fonemi è uno degli ostacoli principali quando studiamo una nuova lingua.

Quando parliamo normalmente produciamo circa 10-15 fonemi o suoni al secondo e se parliamo velocemente possiamo raddoppiare questo numero. La nostra capacità di ascolto è invece molto superiore, fino a 50 fonemi al secondo, un numero talmente elevato che comporta la sovrapposizione dei suoni tra loro.

In questo caso, come riusciamo a capire il messaggio?

L'ascoltatore conosce la lingua e le regole che questa rispetta e può prevedere quali suoni seguiranno, via via che ascolta, arrivando perfino a indovinare la o le parole che seguiranno. E' attraverso questa capacità di previsione che un madrelingua può ascoltare il proprio linguaggio ad alta velocità e riuscire a comprenderlo.

A livello del cervello, in presenza di un linguaggio le informazioni provenienti dall'udito vengono instradate ad aree cerebrali completamente diverse, dedicate appunto alla ricezione e decodifica del messaggio verbale.

Sono queste aree che ci permettono di comprendere il significato di un enunciato o una parola anche se ne abbiamo ascoltato una parte e che ci permettono di comprendere una pronuncia distorta o troppo veloce, o una voce coperta dal rumore del traffico.

Non hai mai avuto la sensazione di sapere già quello che sta per dire il tuo interlocutore solo ascoltando le prime parole?

Adesso sai perché. Decine e centinaia di migliaia di anni di selezione naturale hanno sviluppato nell'uomo questa capacità straordinaria mirata appunto alla comunicazione sociale, che permette di ricevere e comprendere il messaggio verbale al meglio, nonostante le situazioni.

In realtà in presenza del linguaggio il cervello non si limita ad attivare solo aree specifiche per la decodifica dei suoni, dopotutto è stato dimostrato che la comunicazione umana avviene per la maggior parte tramite il linguaggio non verbale o paraverbale. Quindi il cervello non fa solo quanto finora descritto, ma estrae informazioni dal tono della voce, dal timbro, dalle pause, dal ritmo e dalla modulazione dei fonemi e delle parole. E questo solo per quanto riguarda l'udito. In presenza dell'interlocutore, parallelamente a quanto visto finora, il cervello umano recepisce e decodifica anche l'espressione del viso, la postura, i gesti delle mani e i movimenti del corpo, dando a essi un significato o un'interpretazione emotiva, nella maggior parte dei casi inconscia o parzialmente conscia.

Di questo comunque parleremo approfonditamente nei prossimi post relativi alla comunicazione. Per stasera ci fermiamo qui.

Un'ultima domanda per te prima di lasciarci: ti sei mai chiesto perché la comunicazione è talmente importante da spingere a sviluppare e selezione tali capacità cerebrali?

Grazie dell'attenzione e a presto ;D

Qui puoi trovare gli altri articoli della rubrica

CULTURA
11 marzo 2012
LA MENTE UMANA – L'udito e lo spazio

 

Nei post “I sette sensi” (qui e qui) abbiamo descritto le nostre fonti di informazioni primarie, i sensi, e tra questi l'udito. Abbiamo visto che il suono non è altro che un flusso di onde sonore, cioè di onde di energia generate dalla vibrazione di un corpo che si propagano attraverso l'aria e hanno frequenze percepibili dall'orecchio umano, l'organo preposto a udire. Quando le onde sonore colpiscono il padiglione auricolare, vengono convogliate nell'orecchio interno, amplificate e trasformate in impulsi elettrici (il linguaggio del cervello) dalla coclea. Attraverso il nervo acustico, gli impulsi raggiungono quell'area del cervello che si occupa di tradurli in informazioni comprensibili.

Nel post “Il senso dell'udito e il senso del tempoabbiamo esaminato la caratteristica forse più straordinaria del senso dell'udito: la percezione temporale degli eventi. Se con la vista percepiamo dove sono le cose, con l'udito capiamo quando si verifica un evento.

Noi esseri umani siamo animali visivi, non c'è dubbio, siamo stati selezionati in questo modo attraverso la nostra evoluzione, ma con l'udito integriamo la nostra percezione visiva e risolviamo parte delle sue limitazioni. Mentre la vista ha maggiore definizione e un campo di visione limitato, l'udito ci permette di controllare costantemente l'ambiente intorno a noi a 360° gradi. Le orecchie ci permettono di sapere da dove provengono i suoni intorno a noi e individuarne le fonti con sufficiente precisione.

Come ci riusciamo?

Mentre gli occhi offrono milioni di canali di informazioni per determinare la posizione di un oggetto, l'udito è limitato a solo due canali: i timpani delle orecchie. E' più o meno come individuare la posizione di un pesce dalle onde che arrivano a riva. Il cervello riesce a farlo sfruttando le differenze tra le due orecchie (differenze interaurali):

1) le differenze di tempo: il suono arriva prima all'orecchio più vicino e in ritardo a quello più lontano;

2) le differenze di livello (o intensità): il suo risulta più intenso all'orecchio più vicino e smorzato a quello più lontano;

3) le differenze di spettro: la direzione di provenienza influisce su come il suono viene riflesso dall'orecchio esterno, alcune frequenze vengono amplificate, altre attenuate.

Le prime due differenze permettono al cervello di individuare la direzione del suono sul piano orizzontale con una buona precisione in assenza di distorsioni ed echi, mentre la differenza di spettro viene utilizzata per localizzare le fonti dei suoni sul piano verticale, nella terza dimensione. Tra l'altro le differenze di spettro sono amplificate dalle differenze tra le due orecchie: le forme diverse delle due “pinne” (orecchie esterne) distorcono diversamente le vibrazioni sonore e il cervello percepisce e sfrutta questa diversità.

In presenza di conflitti è la differenza di tempo che domina in quanto più affidabile, mentre la più ingannevole è la differenza di spettro. La nostra esperienza ci conferma che l'udito è abbastanza preciso nella determinazione della direzione, mentre lo è molto meno nella determinazione dell'elevazione della fonte del suono.

La distorsione più frequente del suono è la presenza di eco, la maggior parte degli ambienti produce eco, anche quelli di casa nostra, ma il nostro cervello è capace di riconoscerlo e ignorarlo.

Come ci riesce a distinguere tra il suono originale e le riverberazioni provenienti da direzioni diverse?

In presenza di echi in ritardo di più di 50 millisecondi (eco classico), il cervello identifica le copie del suono, anche se distorte, dal ritardo e dalla somiglianza, mentre in presenza di ambienti piccoli con echi con ritardi minimi, minori di 30-50 millisecondi, il suono arriva raggruppato con gli echi e il cervello riesce a identificarlo e distinguerlo considerando solo la parte iniziale del suono (“effetto precedenza”). Se vuoi verificare come funziona la cosa, mettiti di fronte a un muro e batti le mani avvicinandoti ad esso. Oltre una certa distanza percepirai la differenza dei suoni, al di sotto non ti sarà possibile, ma riuscirai comunque a identificare il suono originario con precisione.

Tornando al meccanismo di localizzazione, è opportuno sottolineare che più un suono è ricco di informazioni, più è facile localizzarne la fonte. Per esempio, più frequenze contiene un suono, più è semplice sapere da dove proviene. Inoltre la possibilità di orientare la testa, destra-sinistra, su-giù, permette di individuare con maggiore precisione la fonte del suono, attraverso la valutazione della variazione delle differenze tra le due orecchie. E' quello che fanno molti animali che usano l'udito per individuare prede o minacce.

A livello cerebrale, la localizzazione dei suoni è affidata in prima istanza a un'area precisa del tronco encefalico, le cui cellule elaborano gli stimoli provenienti dalle orecchie per dare una risposta rapida, come l'attivazione di un rapido movimento del capo, in presenza di suoni sconosciuti o allarmanti.

Cosa te ne pare?

Madre natura ha sviluppato attraverso la selezione un senso che solo in apparenza è secondario e limitato e le cui funzioni sono più ampie della semplice localizzazioni delle fonti sonore. Riassumendo quanto visto finora, la nostra capacità di localizzazione tramite l'udito è limitata, ma veloce, e dipende dall'elaborazione delle differenze tra le informazioni raccolte dai due canali uditivi.

Molto ci sarebbe ancora da dire, ma per stasera ci fermiamo qui. Se hai domande o precisazioni, non esitare a lasciare un commento.

A presto ;D

 

CULTURA
10 febbraio 2012
LA MENTE UMANA – Attenzione e concentrazione

Stasera parliamo una volta ancora dell'attenzione, la capacità della mente di mettere a fuoco un particolare stimolo, percezione o evento. Ricordi? Ne abbiamo parlato più volte da punti di vista diversi.

Nel postIl flusso, abbiamo visto come ogni singolo istante il mondo ci inonda con un flusso continuo di stimoli sensoriali ma la nostra mente cosciente ne percepisce solo una piccola parte, la maggior parte lo ignora, lo delega all'inconscio, perché non ha il tempo per considerare e valutare una a una tutte le informazioni che la raggiungono.

Nel postCome funziona l'attenzione?, abbiamo parlato dell'attenzione inconsapevole e abbiamo visto come l'attenzione è la messa a fuoco della mente su un particolare stimolo sensoriale, la temporanea importanza che la nostra mente dedica a una certa percezione.

Nel postMetti a fuoco la vita, abbiamo studiato la focalizzazione mentale e abbiamo visto che il focus è ciò su cui ci concentriamo, su cui focalizziamo la nostra attenzione, è ciò che determina l'esperienza della nostra vita perché determina la nostra realtà.

Stasera voglio attirare la tua attenzione (appunto) su un aspetto della focalizzazione mentale, la sua capacità di filtrare il flusso sensoriale. Ciò a cui prestiamo attenzione diventa la nostra realtà, ma cosa succede a ciò a cui non prestiamo attenzione?

L'attenzione agisce come un filtro che incanala le risorse mentali verso una porzione più o meno piccola della realtà, per esempio un evento che accade davanti a noi, oppure il discorso tra due persone poco lontane.

Ma cosa succede quanto concentriamo la nostra attenzione?

Quando l'attenzione viene usata in modo attivo su una porzione ridotta della realtà diventa concentrazione e dimostra di poter dirigere gran parte delle risorse mentali solo sul compito che stiamo svolgendo. Per esempio, abbiamo perso le chiavi e le cerchiamo tra l'erba, rivolgiamo tutta la nostra attenzione al compito perché la perdita comporterebbe un costo e noie notevoli, quindi concentriamo la nostra mente sulla ricerca focalizzando sulla ricerca di oggetti di colore argenteo e su riflessi metallici. Mentre lo facciamo la nostra concentrazione è tale che non solo non facciamo caso a quello che ci avviene attorno, ma non notiamo, anzi non vediamo proprio oggetti che ci passano davanti che non possiedono le caratteristiche che stiamo cercando.

Questo fenomeno viene chiamato dagli psicologi cecità da inattenzione ed è maggiore quanto più concentriamo l'attenzione e tanto più ci sforziamo di ignorare ogni possibile distrazione. E' stato studiato a lungo e dimostrato attraverso molti esperimenti, tra cui il famoso video di giocatori di basket tra cui a un certo punto compare un gorilla che balla. Normalmente è impossibile non notare un gorilla che balla tra giocatori di basket, ma se i soggetti del test si concentrano molto, per esempio nel contare i passaggi effettuati da una squadra, arrivano appunto a non vedere anche gli eventi più evidenti.

Come funziona e perché avviene?

Nell'esperimento citato sopra, la cecità è dovuta al limite della memoria a breve termine, che può conservare una quantità limitata di informazioni. Questa può essere ampliata grazie a piccoli trucchi, come per esempio ripetere più volte la stessa parola, o attraverso l'addestramento, ma quando il compito su cui ci concentriamo è abbastanza difficile da raggiungere il limite della memoria a breve termine, allora entra in gioco l'attenzione. Concentrandoci attiviamo tutta una serie di meccanismi mentali e cerebrali attraverso i quali diamo la priorità all'elaborazione di un determinato stimolo e più ci impegniamo nell'ignorare ogni possibile distrazione, più riusciamo a eliminare l'elaborazione e la conservazioni di informazioni in quel momento inutili.

Quello che accade è che concentrando l'attenzione selezioniamo in ogni istante gli stimoli sensoriali su cui lavorare e quelli da ignorare, applicando uno schema di priorità che abbiamo scelto in anticipo. Questo non funziona in modo efficace per gli stimoli simili a quello su cui siamo concentrati, o viceversa per stimoli sensoriali estranei che attivano meccanismi primari come quelli di autodifesa.

Questo dimostra quanto potente ed efficace sia l'azione dell'attenzione sulla nostra percezione. Talmente potente da arrivare a cancellare completamente la maggior parte del flusso sensoriale che riceviamo, arrivando perfino a smorzare stimoli intensi e prioritari come il dolore.

Parleremo ancora dell'attenzione e della concentrazione nei post futuri, ma per stasera ci fermiamo qui. Ti lascio con una domanda interessante: quale limite ha la nostra concentrazione? Quanto intensamente possiamo concentrarci? La risposta non è così banale, te l'assicuro. 

Grazie dell'attenzione e a presto ;D

Qui puoi trovare gli altri post della rubrica.

CULTURA
7 gennaio 2012
LA MENTE UMANA – L'udito alla nascita

 

I sensi sono lo strumento con cui interagiamo con il mondo esterno, sono loro che forniscono le informazioni di base sulla realtà che ci circonda, estraendole dal flusso di luce, suoni, odori, sapori, eccetera che ci avvolge costantemente. Ne abbiamo parlato nei post I SETTE SENSI 1 e 2 e IL FLUSSO, ma stasera vorrei soffermarmi una volta ancora sull'udito.

L'udito è il senso che ci permette di percepire i suoni, cioè un flusso di onde di energia generate dalla vibrazione di un corpo che si propagano attraverso l'aria e hanno frequenze percepibili dall'orecchio umano. Noi esseri umani siamo animali visivi, non c'è dubbio, siamo stati selezionati in questo modo attraverso la nostra evoluzione, ma con l'udito integriamo la nostra percezione visiva e risolviamo parte delle sue limitazioni. Un esempio lampante è che l'udito ci permette di controllare costantemente l'ambiente intorno a noi a 360° gradi, mentre la vista ha un campo di visione limitato.

Nel post “Il senso dell'udito e il senso del tempo” abbiamo esaminato la caratteristica forse più straordinaria del senso dell'udito: la percezione temporale degli eventi. Se con la vista percepiamo dove sono le cose, con l'udito capiamo quando si verifica un evento. Inoltre abbiamo visto come l'udito è il primo dei sensi che sviluppiamo nel ventre materno e le regioni cerebrali responsabili dell'udito sono le prime a terminare il processo di sviluppo.

Studi hanno dimostrato che per un corretto sviluppo cerebrale del feto nel grembo materno è necessario un'ampia gamma di rumori: la corteccia uditiva dei mammiferi ha bisogno di stimoli per sviluppare le connessioni tra i neuroni e gli stimoli sono i suoni che arrivano alla placenta, siano essi ambientali o la voce della mamma.

A questo proposito i neonati, anche se non capiscono quello che viene loro detto, sono molto sensibili al ritmo, accento e intonazione del linguaggio, per questo sono attratti dalla voce materna e hanno una spiccata preferenza per la lingua che hanno ascoltato nel corso del loro sviluppo. E' stato anche dimostrato che i bambini sono particolarmente sensibili alle variazioni delle componenti della voce umana: altezza, tono e durata, cioè agli aspetti emotivi del linguaggio, un'abilità fondamentale per stabilire rapporti sociali con chi si prende cura di loro. Questo prima che le parole dei genitori modellino la loro mente e il cervello in crescita.

Non è un caso quindi che un feto reagisca alla musica o a suoni forti e non è strano che sia la voce materna la componente principale di stimolo e che gli stimoli ideali siano proprio le ninnananne e il linguaggio melodico che istintivamente le madri usano quando si rivolgono ai loro piccoli.

Infine studi specifici hanno dimostrato che i bambini conservano la memoria delle esperienze sonore prenatali anche per molto tempo e che queste sono determinanti per la crescita cerebrale e non solo per lo sviluppo del linguaggio o per sviluppare la passione per la musicalità.

Un argomento affascinante, non credi?

Non è solo un invito a parlare alle pance delle mamme, ma a considerare l'udito come un senso chiave per l'essere umano, sempre e non solo quando questo viene perduto o danneggiato, come nel caso delle persone lesionate o degli anziani, limitando la loro comunicazione e i loro rapporti sociali.

L'udito ha ancora molti aspetti affascinanti che affronteremo insieme in altri post futuri. Per stasera è tutto. Ti ringrazio dell'attenzione.

A presto ;D

CULTURA
27 dicembre 2011
LA MENTE UMANA – L'adattamento sensoriale

 

Stasera parliamo dell'adattamento sensoriale. Mentre leggi questo post, la ventola del tuo pc sta facendo un lieve ronzio continuo, ma tu non ci fai caso. In effetti per quanto lieve è un rumore fastidioso, ma non te ne accorgi perché ti sei adattato ad esso. In realtà non ti rendi neppure conto della pressione dei gomiti sulla scrivania, del bagliore della lampada e perfino della pressione dei tuoi vestiti sulla pelle o del peso dei tuoi arti (ricordi la propriocezione?). Del flusso sensoriale che costantemente arriva al cervello, solo una parte viene percepita a livello consapevole, mentre una parte notevole viene ignorata.

Cos'è l'adattamento sensoriale?

In sintesi il nostro cervello tende a ignorare gli input costanti o prevedibili, da qualunque dei sette sensi essi provengano. Per esempio, in presenza di un cattivo odore dopo un certo tempo cessiamo di considerarlo, o viaggiando in treno in pochi minuti smettiamo di percepire il movimento del treno e il rumore delle rotaie.

Con il termine adattamento riassumiamo una serie di processi che possono riguardare sia le cellule sensoriali che i neuroni preposti all'elaborazione degli stimoli sensoriali. Un esempio tipico è l'affaticamento neuronale: soggetti a stimoli ripetitivi i neuroni smettono di reagire nello stesso modo. In realtà non si stancano, ma i canali di ioni della membrana che regola i cambiamenti elettrici all'interno della cellula si disattivano, ma stancarsi da l'idea di come funziona la cosa, non ti pare?

Un'altra forma di adattamento è l'assuefazione, la forma più elementare della memoria. In pratica quando lo stimolo si ripete la nostra reazione si indebolisce. Per esempio, la prima volta che ci tuffiamo nell'acqua fredda la sensazione sarà vivida e spiacevole, ma già la seconda volta l'esperienza ci apparirà più tollerabile.

Un altro esempio di adattamento che avviene non nel cervello ma direttamente nell'organo sensoriale è l'adattamento del sistema visivo a gradi diversi di luminosità. Lo puoi fare anche tu. Prima sosti in una stanza buia il tempo necessario per adattare gli occhi, poi entri in un'altra stanza illuminata tenendo aperto un solo occhio e infine torni nella stanza buia. Ti accorgerai che con l'occhio che hai tenuto aperto non ci vedrai nulla, ma l'occhio che hai tenuto chiuso ci vedrà benissimo. Prova a chiudere alternativamente gli occhi e ti renderai conto subito della cosa.

Aldilà dei singoli meccanismi, l'adattamento sensoriale ha uno scopo percettivo preciso: identificare e cancellare stimoli irrilevanti affinché possiamo percepire e concentrarci sulle informazioni importanti che ci provengono dal mondo intorno a noi. Per esempio ci permette di ignorare il rumore della televisione per ascoltare le parole del nostro partner o le grida dei vicini o il rumore sospetto al piano di sotto. Oppure ci permette di adeguarci al movimento costante come quello di una nave o di un autobus per poter continuare a muoverci senza troppe difficoltà.

L'adattamento è un aspetto chiave della ricalibratura costante che il cervello esegue senza sosta sui nostri sensi e i relativi sistemi sensoriali per garantire un'efficienza elevata.

La possibilità di ignorare una parte notevole del flusso di informazioni proveniente dai nostri sensi per poterci concentrare sugli eventi e i mutamenti del mondo intorno a noi, significa reazioni più pronte ed efficaci e quindi una maggiore sopravvivenza.

L'adattamento è una caratteristica della parte più evoluta del nostro cervello, mentre la maggior parte dei neuroni della parte più primitiva non si adatta agli stimoli e continua a reagire prontamente a certi tipi di stimoli, come quelli pericolosi determinati da oggetti in avvicinamento, come abbiamo visto nel precedente post della rubrica.

Vale la pena approfondire l'argomento, ma in un prossimo post. Stasera mi sono dilungato già troppo. Se hai domande o precisazioni non esitare a lasciare un commento.

Grazie dell'attenzione e a presto ;D

CULTURA
22 novembre 2011
LA MENTE UMANA – Reazioni lampo

 

Da ragazzi, tutti abbiamo scoperto di poter reagire a velocità sorprendenti per evitare di urtare un oggetto o di esserne colpiti. Per esempio giocando a calcio o a pallavolo, abbiamo evitato una palla in volo rivolta al volto. Prima ancora che la nostra mente diventasse cosciente dell'oggetto in collisione, abbiamo reagito per evitarla.

Come ci riusciamo?

Evitare collisioni con oggetti o corpi è piuttosto importante per la nostra sopravvivenza, non credi? Madre natura e la selezione naturale ci hanno dotato di speciali meccanismi neurali collegati direttamente ai sistemi motori dei nostri comportamenti difensivi. Questi ci permettono di reagire a uno stimolo nel tempo di ottanta millisecondi, una velocità troppo elevata per qualsiasi elaborazione mentale superiore, perfino troppo veloce perché le informazioni visive provenienti da entrambi gli occhi vengano combinate ed elaborate.

Questo è possibile perché sono funzioni sviluppate presto nel corso dell'evoluzione, nei nostri antenati più antichi, quindi sono gestite in profondità, nell'area più primitiva del cervello che può attivarsi molto più rapidamente delle funzioni della corteccia.

Come funziona questo meccanismo difensivo?

Ebbene il trucco consiste nell'estrarre da input visivi bidimensionali a bassa definizione provenienti dagli occhi, informazioni in tre dimensioni sufficienti a valutare posizione, direzione e velocità relativa degli oggetti in movimento. Lo facciamo, per esempio, valutando le aree più scure rispetto allo sfondo dell'immagine, o riconoscendo l'espansione simmetrica delle aree scure, segno di un oggetto in espansione, quindi probabilmente diretto verno di noi. Questi e altri stimoli provocano una reazione di sgomento che attiva automatismi quali il battito delle palpebre, o lo scostamento della testa, o la contrazione muscolare degli arti.

Per esempio, è estate e una mosca ti gira attorno e improvvisamente reagisci al suo tentativo di posarsi sul tuo volto. Oppure cammini per strada parlando con qualcuno, passi davanti a una cancellata di un giardino ed eviti all'ultimo momento un ramo di un cespuglio che sporge all'esterno.

Naturalmente lo scopo è sempre evitare situazioni potenzialmente pericolose ed è un meccanismo talmente radicato in noi che non è possibile sopprimerlo o abituarsi agli oggetti in collisione. Ti sconsiglio di provarci, per quanto il meccanismo sia molto efficace non vedo molto senso nel farsi tirare addosso oggetti per verificarlo.

E' l'unico meccanismo difensivo?

No, affatto, questa è solo una delle funzioni difensive del nostro cervello più primitivo. Siamo provvisti di diverse altre funzioni simili, quali per esempio l'istinto a chiudere gli occhi quando questi sono minacciati da vicino, o la spinta a irrigidirsi per assorbire un urto che non si riesce ad evitare, o alzare le braccia per difendersi il volto o altre parti sensibili, o sobbalzare per rumori improvvisi e forti. Sono reazioni automatiche ad alta velocità che di solito ci sono molto utili, fino ad arrivare a fare la differenza per la nostra incolumità.

Questo è tutto per stasera. Se hai commenti o domande sentiti libero di esporle.

A presto ;D

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